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In questa sezione del sito TUTTO TRIVERO - Trivero on-line vi sono citati alcuni dei libri che parlano di Trivero, della sua storia o del suo territorio, partendo dai classici della letteratura fino ad arrivare alle guide monografiche pubblicate dagli editori locali. Pur nonostante i Triveresi avessero fatto volentieri a meno degli onori di cronaca, una ricca pagina di storia locale è stata scritta da fra Dolcino o Dolcino da Novara e dalla setta dei suoi Apostolici, da cui una ricca presenza di citazioni su Trivero in tutti i libri storici dedicati a questo argomento. Due importanti romanzi parlano diffusamente di Trivero, uno ambienta parte del romanzo stesso in una frazione del comune detta "Mazzucco", l'altro assai noto, parla di Trivero riferendosi alla presenza in loco ancora una volta di Dolcino. Infine molti sono i libri editi da editori locali, specialmente sottoforma di guide monografiche, che trattano gli aspetti turistici-paesaggistici di Trivero in particolar modo dell'Oasi Zegna e dell'alta Valsessera.
Nell'immagine a fianco il Santuario di San Bernardo costruito dai Triveresi come voto, all'indomani della cattura di fra Dolcino, sulla vetta del Monte Rubello, da allora detto M. San Bernardo.
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- LA DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri

Dante cita tra gli altri seminatori di discordia e scismatici il noto Fra Dolcino. La Divina Commedia è stata scritta da Dante nel 1300. All'epoca Dolcino genera già non pochi grattacapi al Papa Clemente V, tuttavia essendo ancora in vita fino alla settimana Santa del marzo 1307 quando le truppe del Vescovo di Vercelli, Raniero (o Rainero) Avogadro da Pezzana, riescono a penetrare nell'ultimo fortilizio dolciniano e a catturarlo per poi processarlo subito dopo a Vercelli ed arderlo vivo come da usanza, pochi giorni dopo, dicevamo, Dante non può ancora collocare Dolcino all'inferno, tuttavia nel suo pellegrinare per il girone infernale incontra Maometto che si trova nella stessa bolgia, e che gli preannuncia il suo imminente arrivo. Quando Dolcino muore sul rogo, Dante ha quarantadue anni ed ha da poco finito di scrivere la Divina Commedia. Si tratta dunque di una "proferzia" la citazione di Dolcino nella sua Commedia c. XXVIII dell'Inferno, stratagemma utilizzato da Dante per inserire nel suo scritto personaggi ancora viventi al momento della scrittura. Possibilmente, se Dolcino fosse già stato giustiziato, molto più spazio sarebbe stato dato al "pestifero demone" come era stato soprannominato Dolcino dal Papa Clemente V, tuttavia Dante vive appieno le rivalità fra il Papato e l'Impero, le collere contro la Chiesa corrotta, l'attesa del Veltro liberatore. Nel 1302 i Vescovi sono cacciati da Milano e nel 1304 ghibellini e guelfi bianchi fanno l'ultimo sfortunato tentativo di rientrare a Firenze. La Chiesa dunque non tarda a prendere di mira Dolcino ed il suo migliaio di seguaci ribelli, ritenuti fomentatori delle folle e portatori di eresia che non ebbero modo e tempo di assistere alla riscossa delle forze ghibelline. Secondo alcuni storici e commentatori di Dante è possibile invece che la Divina Commedia sia stata scritta dopo la morte di Dolcino o contemporaneamente alle battaglie che contrapponevano Dolcino ai Vescovi, ma che l'Alighieri non abbia voluto esporsi troppo su Dolcino per non attirare su di se l'ira del clero, giacchè Dante è ritenuto Ghibellino e simpatizzante degli Apostolici. Secondo alcuni commentatori "la vittoria al Noarese" lascerebbe intendere che Dolcino non è ancora approdato a Trivero e dunque nel Biellese, ma potrebbe anche esser riferito alle sue origini Novaresi. "Che stretta di neve" lascerebbe intendere che Dante è al corrente che Dolcino è assediato dall'esercito nella stretta della neve. Dolcino in realtà ha perso l'ultima battaglia proprio a causa delle avverse condizioni climatiche, del protrarsi di ingenti nevicate e dalla relativa mancanza di cibo.

Ed ecco i versi scritti da Dante che riguardano Dolcino:
« Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi, tu che forse vedrai lo sole in breve, s'egli non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, ch'altrimenti acquistar non sarìa lieve. »

 

- IL NOME DELLA ROSA di Umberto Eco

Sempre legato alla presenza in zona di Dolcino e dei suoi Apostolici, Umberto Eco parla più esplicitamente di Trivero nel "terzo giorno" de "il nome della Rosa" (Dopo Compieta) dove Ubertino racconta ad Adso la storia di fra Dolcino.

Frate Guglielmo si trova a parlare con Ubertino da Casale, predicatore e teologo dell'ordine francescano, convocato da Papa Benedetto XI per conferire sulla sua presa di posizione nei confronti dei Papi suoi predecessori, si trova di passaggio nell'abbazia in cui si svolge l'intero racconto. Adso da Melk, novizio benedettino, figlio cadetto del barone di Melk, si trova al seguito di Guglielmo da Baskerville e casualmente ode i due monaci parlare di Dolcino: "ho udito parlare di un uomo malvagio che ne ha sedotti altri, fra Dolcino".
Ubertino è quasi costretto a raccontare ad Adso di Dolcino e per alcune pagine del libro il giovane novizio interroga il saggio monaco con domande molto pertinenti riguardo all'eresia nata sessanta anni prima quando lo stesso Ubertino era ancora bambino. Quaesti racconta di quando Gherardo Segalelli di Parma iniziò a predicare invitando tutti ad una vita di penitenza (Penitenziagite - fate penitenza- dalla frase latina "Poenitentiam agite, appropinquabit enim regnum caelorum" era il motto del movimento ereticale fondato dal Segalelli ed in seguito fatto proprio di fra Dolcino e dei suoi apostolici). Con il motto PENITENZIAGITE Segalelli invitava i suoi discepoli a farsi simili agli apostoli e volle che la sua setta fosse appunto intitolata all'ordine degli apostoli e che i suoi percorressero il mondo come poveri mendicanti vivendo solo di elemosine.
Con arguzia il giovane Adso obietta che non vi è malizia nel predicare e mendicare, lo stesso fanno i fraticelli dell'ordine Francescano.
Ubertino spiega dunque come da qualcosa di giusto e sacrosanto può nascere qualcosa di estremamente sbagliato... "Ma allora era nel giusto..." obietta Adso, "Ma in qualcosa sbagliò... Vestito con un mantello bianco sopra una tunica bianca e coi capelli lunghi, si acquistò presso i semplici fama di santità. Vendette una sua casetta e, avutone il prezzo, si pose su una pietra dalla quale in tempi antichi i podestà erano soliti conionare, tenendo in mano il sacchetto dei denari, e non li disperse, né li dette ai poveri, ma chiamati dei ribaldi che giocavano lì vicino li sparse tra loro dicendo: 'Ne prenda chi ne vuole' e quei ribaldi presero il denaro e andarono a giocarlo ai dadi e bestemmiavano il Dio vivente, ed egli che aveva dato, udiva e non arrossiva"
Adso obietta che anche Francesco si spogliò di tutto predicando a cornacchie e sparvieri. I due si scambiano obiezioni e ragionano sulla nascita del movimento eretico degli apostolici finchè il giovane novizio obietta: "E cosa c'entra con queste cose fra Dolcino?" "C'entra e questo ti dice come l'eresia sopravviva alla distruzione stessa  degli eretici" (...) Ubertino racconta ad Adso come Dolcino avesse insozzato l'onore dei frati mendicanti-spirituali. Di come avesse udito il Segalelli predicare ed avesse deciso di sposare la sua causa mantenendo i contatti nel bolognese dopo la morte del fondatore di quella setta. Di come si fosse portato a Trento da dove venne cacciato dal locale Vescovo e del percorso a ritroso fatto da Dolcino che decide di ritornare nelle sue terre d'origine: il Novarese dove voleva congiungersi ai valdesi di quelle terre. "Giunto a Gattinara Dolcino trovò un ambiente favorevole alla sua rivolta, perchè i vassalli che governavano il paese di Gattinara a nome del vescovo di Vercelli erano stati cacciati dalla popolazione, che accolse quindi i banditi di Dolcino come buoni alleati".

Ubertino si prodiga nello spiegare al giovane novizio come Dolcino dominasse una folla di uomini e donne che lo seguivano ed osannavano vivendo nella vergogna, scrivendo lettere ai suoi fedeli in cui esponeva la sua dottrina eretica. Descrive dunque gli accampamenti alla "Parete Calva" di Rassa in Valsesia e cerca di far comprendere al giovane il concetto di eresia. Questi obietta che la predicazione di Dolcino non è poi dissimile da quella di Francesco... "Ma allora Dolcino predicava quelle cose che avevano predicato i francescani, e tra i francescani proprio gli spirituali, e voi stesso, padre!" ... "Oh si, ma ne traeva un perfido sillogismo! Diceva che per porre fine a questa terza età della corruzione occorreva che tutti i chierici, i monaci e i frati morissero di morte crudelissima" (...) e lo stesso Bonifacio papa avrebbero dovuto essere sterminati dall'imperatore prescelto da lui. Dolcino, e questo sarebbe stato Federico di Sicilia". Ubertino racconta poi ad Adso dei primi saccheggi operati dagli apostolici presso i villaggi della Valsesia dalla "Parete Calva", quindi racconta della fuga di Dolcino verso le alture di Trivero e delle fortificazioni e delle battaglie con l'esercito dei vescovi. Quindi racconta:

"Il vescovo di Vercelli si era appellato a Clemente V ed era stata bandita una crociata contro gli eretici. Fu emanata una indulgenza plenaria per chiunque vi avesse partecipato, furono sollecitati Ludovico di Savoia, gli inquisitori di Lombardia, l'arcivescovo di Milano. Molti presero la croce in aiuto dei vercellesi e dei novaresi, anche dalla Savoia, dalla Provenza, dalla Francia, e il vescovo di Vercelli ebbe il comando degli eserciti, ma le fortificazioni di Dolcino erano imprendibili, e in qualche modo gli empi ricevevano dei soccorsi"
"Da Chi?"
"Da altri empi, credo, che traevano soddisfazione da quel fomite di disordine. Sul finire dellanno 1305, l'eresiarca fu costretto però ad abbandonare la Parete Calva, lasciando i feriti e i malati, e si portò nel territorio di Trivero, dove si arroccò su un monte, che allora veniva chiamato Zubello e che da allora in poi fu detto Rubello o Rebello, perchè era divenuto la rocca dei ribelli alla chiesa. Insomma. non ti posso raccontare tutto quello che avvenne, e furono stragi terribili. Ma alla fine i ribelli furono costretti alla resa. Dolcino e i suoi furono catturati e finirono giustamente al rogo".

Il capitolo del "terzo giorno " de Il NOME DELLA ROSA è molto utile alla comprensione dei fatti che si svolsero tra Gattinara, la Valsesia e Trivero giacchè l'autore, per tramite di Ubertino da Casale, spiega molto bene la nascita dell'eresia Dolciniana che culmina con le ripetute battaglie di Trivero e la cattura degli eretici avvenuta nel marzo 1307.
Naturalmente, nonostante la caratteristica di narrazione del romanzo di Umberto Eco, i fatti descritti sono tutti reali e ben documentati dagli storici che si sono occupati dell'argomento. Per chi desiderasse approfondire la conoscenza su Dolcino e gli apostolici è consigliabile la lettura dell'impareggiabile libro di Eco oltre che dei numerosi libri monografici di seguito citati. Ulteriori approfondimenti su Dolcino sono presenti in questo sito seguendo il link "Fra Dolcino-Apostolici"

I luoghi delle fortificazioni Dolciniane nel Triverese. La Cima Ragna vista da Bielmonte
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Il monte Rubello dove i Dolciniani avevano una grande fortificazione con capanne e palizzate in legno
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Il monte Rubello ed il San Bernardo con il santuario post Dolciniano. Sullo sfondo il Monte Barone e le Alpi Lombarde
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- LA CROCE E IL ROGO - STORIA DI FRA DOLCINO E MARGHERITA di Edgardo Sogno - U. Mursia & C. 1974

Come accennato sono moltissimi i libri che trattano le vicende Dolciniane, alcuni si concentrano sulla figura di Dolcino, altri sull'eresia da lui predicata, altri ancora, quale "la Croce e il Rogo" scritto da un Biellese oriundo Edgardo Sogno che in gioventù ha calpestato e vissuto le scene del "crimine" e che è quindi un profondo conoscitore, non solo dell'eresia Dolciniana, ma anche dei luoghi in cui si svolgono i fatti, a differenza di altri autori che ne hanno scritto per aver soltanto letto antichi documenti. Nella prefazione del libro Sogno scrive infatti:

"Per ritrovare Dolcino, sulle orme del Florio (Una salita sul monte S. Bernardo, Torino, 1836), sono ritornato nel Biellese. Ritorno è parola appropriata perchè il Biellese mi sta nel sangue (oggi si dovrebbe dire nel DNA) e sta nei miei riocordi d'infanzia e di adolescenza. Ho voluto rivedere nelle varie stagioni le località dove soggiornarono gli antichi ribelli, ripercorrere le loro strade e i loro passi montani, contemplare di nuovo le sagome delle vette che hanno avuto dinanzi e la distesa delle valli e del piano che con lo sguardo hanno dominato dall'alto". (...) Ma di quando in quando tornavo a imbattermi in qualche segno della sua presenza. Come se non volesse allontanarsi, uscire da me, dalla mia vita. Quando da ragazzo, in passeggiate estive con mio padre, percorrevo i sentieri della Val Sessera o delle Valli di Mosso e di Ponzone sempre mi colpiva ora un'osservazione, ora un suo ricordo: questa è la via che fu percorsa da Dolcino per andare dalla parete Calva al monte Rubello; questi sono i resti delle trincee dei crociati: questo è il sasso su cui Longino è stato bruciato; in questo castello Dolcino e Margherita sono stati condotti prigionieri". (...)
"Soltanto così ho potuto individuare la punta senza nome (quota 1402) temporaneamente occupata dalle forze vescovili nell'estate del 1306 che la cronaca dice soltanto 'quemdam allim montem ... qui est a parte opposta dicti montis Rubelli'; dalla parte opposta si deve intendere di chi sale e guarda da Trivero e dallo Stavello. Ma bisogna andare fin lassù per capirlo". (...)

Insomma Sogno non si limita a leggere le antiche carte ed i cronisti dell'epoca ma calpesta i luoghi calpestati dallo stesso Dolcino per capirli e comprenderne meglio le dinamiche.

Nel libro LA CROCE E IL ROGO Edgardo Sogno inizia la propria narrazione partendo da Trento, luogo in cui Dolcino matura l'idea di prendere l'eredità del defunto Gherardo Segalelli da Parma già fondatore della setta degli apostolici. Nel secondo capitolo  narra l'arrivo di Dolcino in Val Sesia, quindi tratta dei ghibellini (oppositori del Papa), in particolar modo di quelli che nel Novarese-Vercellese, cui appartiene all'epoca la Val Sesia, si oppongono ai rispettivi Vescovi. Descrive quindi le alleanze create da Dolcino in Val Sesia e della successiva cacciata a seguito delle razzie operate dai suoi numerosissimi ed ingombranti seguaci. Nel sesto capitolo Sogno descrive l'attraversata dei Dolciniani dalla Parete Calva al Monte Rubello e descrive con dovizia di particolari l'inverno del 1304 che era stato mite e scarso di neve consentendo appunto ai Dolciniani di operare le proprie scorrerie per tutta la Valle. Di contro quello del 1305 fu uno dei più rigidi che si ricordino nelle valli alpine.  Nevicò per tre giorni e tre notti e la neve giungeva fino alla cintola. Longino Cattaneo, luogotenente di Dolcino, anninciò che avrebbe tentato qualche spedizione in Val Sessera e nelle terre fin'ora inviolate del Biellese.

"Cominciarono così, nel cuore dell'inverno e per opera di guerriglieri montanari, rotti alle fatiche e alle insidie delle lunghe marce nella neve alta, quelle scorrerie a Trivero, Coggiola e Pray che spiegano perchè l'esercito vescovile venne a proteggere Mosso prima che Dolcino arrivasse al monte Rubello. Il grande trasferimento dalla Val Sesia al Biellese appariva intanto sempre più come l'unica risposta  all'isolamento e alla fame sia perchè avrebbe avrebbe avvicinato la base ad una zona più ricca  e più densamente abitata, sia perchè avrebbe consentito, o almeno così si pensava, di ristabilire i contatti con i fratelli della pianura".

Ovviamente Dolcino non aveva fatto i conti con il popolo Biellese, decisamente più freddo rispetto a quello Valsesiano.  Naturalmente Sogno ricava tutti i dettagli delle cronache Dolciniane dal cosiddetto "Anonimo Sincrono " che ha lasciato un preziosissimo libro i cui scritti sono suffragati da note del notaio Bonaccio da Trivero contemporaneo e spettatore diretto di Dolcino. "E' il 10 marzo 1306, come riporta l'Anonimo quando i seguaci di Dolcino si dividono. I deboli, gli ammalati, gran parte delle donne rimarranno in Val Sesia rientrando alla spicciolata nei villaggi. Gli altri, circa un migliaio, tutti gli uomini validi e il piccolo gruppo delle giovani più salde, fra le quali Margherita, affronteranno la marcia di trasferimento nella neve".

Nel settimo capitolo Sogno descrive i presupposti per la nascita della crociata voluta da Raniero vescovo di Vercelli, quindi nell'ottavo capitolo affronta  il primo attacco al Rubello ed il contrattacco dei Dolciniani.

Grazie alla "HISTORIA FRATIS DULCINI HERESIARCHE" di Anonimo Sincrono, Milano, 1838-41e grazie a Sogno apprendiamo che:

"Erano bande di saccheggiatori, profanatori, stupratori, massacratori di professione, terrore delle popolazioni come di coloro che li adoperavano. Organizzando orge nelle chiese, mutilando immagini e profanando gli altari ... Quando li si scatenava contro un nemico non era possibile controllarne o dosarne l'azione. E Dolcino anche in questo non ha scelta. Gran parte di quello che succede nei villaggi attaccati è un effetto della loro presenza nelle file della sua parte". "Mosso, Trivero, Coggiola, Flecchia, vari cantoni di Crevacuore, molte case di Mortigliengo e di Curino sono incendiati o abbattuti. Le chiese ridotte in cenere. Statue, quadri, immagini, arredi, calici ed altari profanati, asportati o distrutti... Una squadra attacca le fondamenta asportando da un lato le pietre angolari, mentre con funi ed argani si forza la caduta della torre. E' così che crollano in enormi nubi di polvere i campanili di Mosso, Trivero e di Coggiola".

il nono capitolo "stretta di neve" descrive l'azione di accerchiamento al nemico da parte dei vescovili. Apprendiamo così che le povere popolazioni già inpoverite dai feudatari, già depredate e violentate dai ribelli si trovano a dover affrontare ulteriori privazioni poichè l'esercito decide di far piazza pulita di tutti gli alberi e boschi sui fianchi della montagna per poter snidare il nemico, la popolazione allontanata per non offrire al nemico risorse alimentari cui attingere. "Tutta la montagna fino al fondo delle valli circostanti, con i paesi che si trovano a mezza costa e sulle falde, Mosso, Flecchia, Coggiola e Trivero, sarà completamente abbandonata e privata di qualsiasi risorsa. I limiti di questo deserto saranno a settentrione il corso del Sessera e a mezzogiorno quelli del ro Poala, dello Strona e del Ponzone".

Vengono quindi descritte le fortificazioni delle opposte fazioni, compresi i due forti costruiti nel Mortigliengo e sui monti di Curino-Soprana nei pressi del Monte Solivo. Nel decimo capitolo viene descritta l'ultima battaglia tra un misto di misticismo e mistero. "Come non bastasse, la notte precedente un gruppo di profughi di Trivero, attratti da una gran luce proveniente dalle rovine della chiesa parrocchiale, hanno visto San Bernardo in persona che indicava loro la strada del Monte Rubello". A seguire e chiudere il prezioso libro i capitoli sul processo ed il rogo.

Il monte Prapiano, sede di un altro potente forte Dolciniano. Sul versante Sud del monte si trova la "Grotta di Dolcino". Oggi il monte è postazione di telecomunicazioni. Sullo sfondo il Monviso e la pianura Torinese
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Il monte Prapiano visto dalla Strada Panoramica Zegna
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Il monte il Tirlo sede di un altro importante forte Dolciniano, sullo sfondo il M. Barone
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Ancora il monte Tirlo di Stavello di Trivero
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Il monte Tirlo e la bocchetta (spiazzo) di Stavello luogo di una cruenta battaglia tra Apostolici ed esercito vescovile
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- HISTORIA FRATIS DULCINI HERESIARCHE di ANONIMO SINCRONO

Pubblicato in latino dal Muratori e tratto da un manoscritto esistente nella Biblioteca Ambrosiana, il codice Ambrosiano H 80, inf. del secolo XVI. Il Segarizzi ne segnalò e collezionò una copia antecedente, del XV secolo, che esisteva nella Biblioteca Nazionale di Torino, andata distrutta nell'incendio del 1942. L'autore detto "Anonimo Sincrono" perchè anonimo oltre che contemporaneo dello svolgimento dei fatti, è generalmente ritenuto un Biellese appunto contemporaneo di Dolcino i cui scritti sono suffragati da note descrittive e postille lasciate dal notaio Triverese, anch'egli contemporaneo e ritenuto assolutamente affidabile, Bonaccio da Trivero.

La storia dell'eresiarca frate Dolcino di Anonimo Sincrono è il punto di partenza di tutti gli autori che hanno scritto dozzine di libri sulla storia di Dolcino e della sua eresia. Un punto fermo perchè è assolutamente ritenuto affidabile, perchè è minuziosamente descrittivo di luoghi e date senza fronzoli o orpelli narrativi. Essendo ritenuto Biellese oltre che contemporaneo è in grado di offrire un quadro descrittivo esaustivo del territorio e delle battaglie più che delle motivazioni che spinsero Dolcino ad intraprendere la via dell'eresia. A proposito del movimento ereticale degli apostolici e di Dolcino va detto che la gran parte degli autori che ne narrarono le vicende sono dichiaratamente di parte avversa ai dolciniani. Ancor oggi, libri pubblicati di recente risentono di questo vizio di forma. Dopo la cattura di Dolcino, la Chiesa cercò di insabbiare l'accaduto al punto che si spacciò per vero un documento, in seguito rivelatosi falso, fatto scrivere in ambienti clericali che voleva che i Biellesi fossero assolutamente estranei ai fatti e che nessuno avesse mai appoggiato gli apostolici, anzi, secondo il documento falso i Biellesi avrebbero addirittura anticipato la crociata di Raniero contro Dolcino, aderendo allo "Statutum Ligae contra Haereticos" (cosiddetto statuto di Scopello), redatto già il 24 agosto 1305 ma dimostratosi essere un falso, confezionato alla fine del sec. XVIII in ambienti clericali per dimostrare l'esistenza di un movimento popolare antidolciniano sin dalle origini della sua predicazione nel Biellese (fonte Wikipedia).

Di certo la storia dell'eresiarca frate Dolcino di Anonimo Sincrono si sofferma più sui fatti che non sulla morale. A differenza del già citato Edgardo Sogno e del suo "La croce e il rogo", alcuni autori che non conoscono o non hanno mai visitato i luoghi dei fatti, sbagliano tradurre i toponimi dal latino e alcuni grossolanamente sbagliano persino nel collocare i campi di battaglia poichè non hanno conoscenza del territorio.

Nella sezione dedicata a Dolcino e gli Apostolici di questo sito verranno citati altri libri che trattano dell'eretico e del suo movimento apostolico.

Il monte S. Bernardo con l'omonimo Santuario
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Il borgo medievale di Trivero-Gioia con la chiesa Matrice in parte abbattuta e depredata dai Dolciniani-apostolici durante le numerose scorribande nel Biellese
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- VITA di Melania G. Mazzucco

New York 1903: nella città delle occasioni, in cui sbarcano dodicimila stranieri al giorno, approdano da Tufo di Minturno, minuscolo paese sul Garigliano, Caserta, Diamante e Vita due ragazzini di dodici e nove anni. Piratesco e fantastico come un romanzo, VITA non è però solo un romanzo. I due ragazzini sono realmente esistiti, come sono esistiti la pensione e i molti personaggi che animano questa storia. Per scriverla l'autrice (Melania G. Mazzucco) ha riannodato i fili delle memorie famigliari e, partendo dai racconti del padre e di uno zio cieco, ha ritrovato documenti e indizi sui giornali dell'epoca. Un romanzo epico. Una storia buffa, ora amara, ora comica e dolorosa, tenera e insieme crudele.

Melania Gaia Mazzucco è nata a Roma nel 1966, con Vita ha vinto il premio strega nel 2003.

Cosa c'entrano Vita e Melania Mazzucco con Trivero?

Vita narra le peripezie della famiglia Mazzucco, emigrata appunto da Tufo di Minturno negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso; è dunque un romanzo biografico e in qualche modo autobiografico. Nel Romanzo l'autrice ripercorre il cammino fatto dai suoi avi che sbarcarono negli USA, torna in Italia e viene invitata ad una festa chiamata "la festa dei Mazzucco", una sorta di riunione di tutti i parenti a nome Mazzucco. Scartabellando tra antiche carte, lettere e documenti lasciati al padre dal nonno emigrato scova un albero genealogico privo di radici ma che dimostra, suffragata da prove, l'origine piemontese del suo cognome e soprattutto scopre che il suo cognome deriva da un piccolo paese chiamato MAZZUCCO che altro non è che una piccola frazione di TRIVERO. Melania decide di visitare questo paese per comprendere meglio le origini del suo cognome.

"Vicino a Biella, sulle prealpi piemontesi dell'industria laniera, c'è un piccolo paese fantasma. Nel 1960 aveva centoquarantadue abitanti, poi scomparve dai censimenti dei comuni d'Italia. Era diventato irrilevante. E' la frazione di Trivero chiamata Mazzucco. Lì mio padre compì il suo ultimo viaggio. Era l'ottobre del 1989. Sarebbe morto all'improvviso venti giorni dopo. Le ultime immagini che restano di lui sono quelle, tremolanti di un superotto. La cinepresa riprende Roberto - alto, decisamente grande, coi capelli crespi brizzolati e gli occhiali di plastica trasparenti. Indossa calzoni di velluto marrone ... E' appoggiato al cartello segnaletico che indica il paese di Mazzucco. C'è la nebbia, ma lui p contento. Ha trovato quello che cercava. Crede di essere giunto nel luogo in cui tutto è cominciato".

NB. Mazzucco è una delle numerosissime frazioni che compongono il comune di Trivero. L'assenza del paesello dai censimenti dei comuni d'Italia posteriori al 1960 è dovuto al fatto che dopo tale data nei censimenti scomparvero le frazioni dei comuni e rimasero solo i comuni capoluoghi.

Non si tratta di una vera e propria ambientazione del romanzo in quel di Trivero, ma solo di una citazione. Interessante relativamente al romanzo la citazione del mal di Mazzucco. "Un altro erudito, padovano, sosteneva che Mazzucco fosse una parola veneta. Marin Sanudo, nel 1500, parla del mal di Mazzucco. Era una malattia della testa. Una malattia mortale". Sarebbe interessante sapere se il toponimo triverese Mazzucco derivi da questa malattia o se la malattia derivi dal toponimo della località. Nel romanzo questo l'autrice non lo approfondisce.

Di certo dal libro si deduce che tanto Vita ed il nonno Diamante, quanto suo padre Roberto soffrono di questa sensazione di distacco sofferto, dal mondo circostante che è la cifra caratteristica di molti dei personaggi del libro. Quel “dono” di sentire “accadere le cose, gli oggetti muoversi, la vita fremere" che disegna una linea di continuità tra il padre della scrittrice e Vita potrebbe esser riconducibile al "mal di Mazzucco".

Il borgo di MAZZUCCO, frazione del comune di Trivero, già luogo di origine degli avi di Melania Gaia Mazzucco
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Altri libri pubblicati nel corso degli anni trascorsi dedicati a Dolcino e al movimento ereticale degli apostolici:

- Fra Dolcino - Nascita vita e morte di un eresia medievale; Raniero Orioli, 2004 Jaca Book - ISBN 88-16-77204-2

- Eresia dolciniana e resistenza montanara; Corrado Mornese, 2002 Derive Approdi - ISBN 88-87423-91-1

- Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi; Corrado Mornese e Gustavo Buratti, 2000 Derive Approdi - ISBN 88-87423-35-0

- Dolcino e il movimento ereticale all'inizio del trecento; Eugenio Anagnine, 1964 Ed. La nuova Italia

- Dolcino l'ultimo eretico; Giulio Pavignano; 2008 Edizioni Ieri e Oggi-Biella

- Di una salita al monte S. Bernardo; A. Florio, 1836 Torino

- Fra Dolcino e gli Apostolici nella storia e nella tradizione: E. Rotelli, 1979 Claudiana-Torino

- L'anarchia cristiana di fra Dolcino e Margherita; Tavo Burat, 2002 Ed. Leone e Griffa-Biella

ulteriori informazioni su altri libri e sull'eresia Dolciniana si possono ricavare dal sito:

Centro Studi Dolciniani

 

 
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