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Indice degli argomenti trattati in questa sezione del sito:

Flora di Trivero - Il territorio, la geologia i Cambiamenti Climatici e la Flora protetta

Pagina 1 Introduzione alla Flora di Trivero (il territorio, geologia e cambiamenti climatici)

Pagina 2 Flora del fondovalle di Trivero - Orizzonte sub-padano e sub-montano

Pagina 3 Flora degli altopiani di Trivero - Orizzonte sub-montano o montano inferiore

Pagina 4 Flora dei monti Rubello di Trivero - Orizzonte montano o montano superiore

Pagina 5 Flora dell'alta Valsessera - Orizzonte montano superiore e nivale

Pagina 6 Flora del Triverese - Photogallery

ciclamino_cyclamen_purpurescens ranuncolo_ranunculus


- Flora di Trivero: Orizzonte sub-montano o montano inferiore (Altopiani centrali di Trivero)

La “FASCIA CENTRALE- ALTOPIANI PEDEMONTANI” (Orizzonte sub-montano o Orizzonte Montano Inferiore).

Anche questa zona di Trivero è costituita prevalentemente da graniti biotitici ercinici e feldspati ricoperti da sabbie granitiche (sabbione arcosico) dello spessore da pochi centimetri ad alcuni metri con diffusa presenza di quarzo e miche (dovuto principalmente agli agenti atmosferici che soprattutto durante le eree glaciali -alternanza di periodi freddi a periodi caldi- ha determinato un accentuato disfacimento chimico-fisico delle masse superficiali degli antichi graniti trasformati in sabbioni) ed è attraversata da una linea di faglia, detta Linea della Cremosina, faglia laterale di destra della più importante Linea Insubrica che attraversa il comune di Trivero più a Nord, in territorio Valsesserino. La linea di faglia della Cremosina che corre nei pressi delle frazioni Giardino-Piana-Sella-Zoccolo-Barbero separa i graniti ercinici Biellesi (280 milioni di anni) anche detti Plutoniti erciniche dalle Austridi appartenenti alla cosiddetta zona “Dioritico-Kinzigitica Ivrea-Verbano”. La zona di contatto tra i graniti ercinici e le Austridi è costituita da una stretta fascia di Kinzigiti (cui appartiene l’intero Monte Rovella ed il Monte di Noveis). Questa formazione Kinzigitica è composta da Gneiss biotitico, Sillimanitici, Anfiboliti e Calcefiri. Si tratta di una linea di frattura e di distacco-sprofondamento. In pratica tutta la fascia collinare-pseudo pianeggiante che và dalla Valle del Ponzone fino alle frazioni medie di Giardino-Vico-Piana-Sella-Barbero è sprofondata rispetto alla fascia montana adiacente che forma la catena dei monti Prapiano-Rubello.

Fino alle grandi guerre mondiali questa zona è stata caratterizzata dalla presenza massiccia di campi coltivati a cereali, ortaggi, alberi da frutto e vite (Rio del piano della Vigna) oltre che pascoli e prati che hanno anche dato il nome alla seconda più grande frazione del comune: un tempo detta “Prati di San Giuseppe”, poi trasformata in Pratrivero. Ironicamente questa fascia è detta dai Triveresi “la Riviera” a causa del suo clima più mite rispetto al rigido clima del fondovalle del Ponzone, grazie alla sua maggiore esposizione ai raggi solari.

Qua la flora è quella tipica dell’orizzonte sub-montano ma qua e là è ancora possibile riscontrare qualche essenza tipica dell’orizzonte sub-padano, anche se nella maggioranza dei casi si tratta di essenze importate dall’uomo e non da sconfinamenti naturali. Tra tutti la vite nella varietà di uva americana, il fico, il corniolo (diffusissimo e spontaneo invece sulle coste del vicino Monte Fenera di Borgosesia) ed il kiwi; và anche detto che tutte queste piante da frutto non sempre sono in grado di fruttificare a causa del clima a volte particolarmente rigido ma soprattutto delle frequenti gelate primaverili tardive.

Dal confine occidentale (comuni di Mosso-Vallemosso) verso Est, si può incontrare prima, il Baraggione di Polto-Fila-Botto, un’area ricca di rigagnoli, risorgive, stagni e paludi, caratterizzata da estesi prati, ora colonizzati da noccioli, carpini, pioppi neri ed ontani nelle zone più umide, e da querce della specie Farnia o Quercus Robur, frassini e castagni nelle zone più elevate; vi sono poi i prati di Grillero-Mazzucco-Piana-Sella-Cereie, ancor oggi sfruttati per l’allevamento del bestiame sia bovino che ovino, con stalle e fattorie ancora funzionanti. Su questa area centrale del comune, priva di rilievi importanti, ad una altezza media compresa tra i 550 ed i 700 metri, quasi pianeggiante con profondi canaloni (le Gole del Viasca), in cui scorrono i corsi d’acqua che scendono dal vicino Monte Rubello, molti degli antichi prati oggi sono stati colonizzati da alberi da frutto inselvatichiti circondati da arbusti, rovi, e giovani piante in espansione.
Inutile dire che la distribuzione delle specie vegetali di questa zona varia a seconda del variare della presenza dell'uomo.
In epoca pre-Romanica il territorio doveva essere ricoperto da fittissime foreste caratterizzate da Farnia e betulla nei luoghi assolati e da Carpino e Ontano nei canaloni dei "Var" i ruscelli dei Celti o dei "Rivus" i corsi d'acqua dei Romani, da Faggi nei versanti più umidi. L'arrivo in zona di pastori Celtici prima e dei Romani dopo, determinò un progressivo disboscamento delle foreste da parte dei pastori che cercavano spazi prativi da destinare al pascolo e da parte dei Romani che invece cercavano materia prima da costruzione e per le fonderie dei metalli delle miniere d'oro della Bessa o dei metalli delle valli di Andorno e Sessera.
In epoca Medioevale il territorio risultava pressochè spogliato dalle antiche foreste. Il pascolo e l'agricoltura erano favoriti dal clima favorevole del cosiddetto "Optimun Climatico Medieovale". Molte specie spontanee vennero strappate per lasciar posto ai campi di cereali, faggi e betulle vennero abbattuti per lasciar posto al più redditizio castagno di provenienza caucasica, tanto che sul finire del Medioevo su almeno tre quinti del territorio erano censite coltivazioni di castagno, sui rimanenti due quinti vi erano prati ad uso pascolativo.

Il bosco ceduo ebbe un duro colpo attorno al 1300 allorquando sul territorio triverese comparvero gli Apostolici capitanati dall'eretico Fra Dolcino. Durante le numerose battaglie tra l'esercito vescovile e gli eretici occupatori si perpetuarono incendi da parte degli uni e degli altri. I vescovili per poter stanare ed impedire le imboscate da parte dei rivoltosi, dagli eretici per poter meglio seguire l'avanzata verso monte dell'esercito clericale, e dalla popolazione locale per stanare i temuti lupi che aggredivano le greggi e con la scusa strappare nuove terre al bosco da destinare al pascolo.

Alcune stampe Medievali illustrano le montagne del triverese completamente spoglie da specie arboree.

La Piccola Età Glaciale iniziata dopo il 1300 e proseguita fino al 1850, gettò nella povertà molte famiglie triveresi che vivevano dei raccolti di castagne, del frumento, frutta e pascolo. Il repentino abbassamento delle temperature, le frequentissime grandinate e le nevicate anche estive, nonchè un incremento esponenziale delle giornate di pioggia determinò un rapido impoverimento del territorio. Il freddissimo e piovosissimo anno 1315 causò una gravissima carestia a livello Europeo ed anche locale. I prati degli altopiani Triveresi si trasformarono in acquitrini malarici. I castagni non riuscivano più a portare a termine le fioriture e la fruttificazione. I semi dei cereali marcivano prima di germinare. I sabbioni arcosici iniziarono a scivolare a valle verso i ruscelli, provocando enormi frane che approfondirono le gole dei corsi d'acqua gonfi dalle abbondanti piogge e dalle nevi quasi perenni sulle vette dei sovrastanti monti Prapiano-Rubello. La locale vegetazione subì il più grande sconvolgimento dell'era moderna. Il progressivo abbandono da parte degli agricoltori dei campi improduttivi diede un primo piccolo slancio agli allevatori locali che trovarono più pascoli a disposizione, ma il disboscamento abbinato alle grandi piogge determinò un progressivo aumento degli sconvolgimenti idro-geologici. L'arrivo anche nel Biellese dei macchinari tessili a trazione fluviale prima, e poi a trazione elettrica, determinò un ulteriore danno agli allevatori locali che, già danneggiati dagli sconvolgimenti climatici ebbero il colpo di grazia poichè i nuovi macchinari richiedevano lane più lunghe che gli allevatori locali non erano in grado di fornire. L'abbandono dei pascoli e dei campi determinò un ulteriore sconvolgimento della flora (e fauna) locale. I boschi ri-colonizzarono molti spazi prativi. Dai primi del 1900, terminata la Piccola Era Glaciale, e ristabilito un clima più mite dalla pianura Padana iniziò ad avanzare una nuova specie vegetale di provenienza esotica ovvero la Robinia-Pseudo-Acacia che colonizzò soprattutto i dirupi attorno ai numerosissimi corsi d'acqua. Il bosco ceduo tornò ad espandersi, iniziarono i primi rimboschimenti artificiali. Si introdusse in zona il Larice e l'Abete Rosso mentre sugli altopiani iniziò ad espandersi il bosco di Castagno alternato al Faggio, Carpino, Farnia, Frassino, Tiglio ed Acero di monte.

Dopo gli sconvolgimenti geologici del quaternario prima e della Piccola Era Glaciale poi, gli altipiani del triverese rimasero profondamente solcati da profondi canaloni che lasciarono scoperte le sottostanti rocce granitiche generando caratteristiche cascate. Molto belle sono le cascate del Rivo Viasca (in corrispondenza della curva di livello dei 650 mt) che si è scavato il suo letto tra antichissimi graniti ericinici di colore prevalentemente bianco-beige spesso tendente al rossiccio (feldspati rossi) e al rosa-grigio, graziose nei pressi pure le cascate del Rio delle Bonde, del Rio Vico, del Nosetto e del Varola, sempre dovute alla presenza di dure rocce granitiche scoperte dall'erosione dei corsi d'acqua.

Ancora oggi (sugli altopiani, anticamente sfruttati per la produzione di vino ed aceto di mele) sono numerosi i meli inselvatichiti che qua abbondano ovunque nei prati o ai margini del bosco, spesso irraggiungibili perchè riccamente ricoperti da roveti impenetrabili, sopravvivono poi alla tradizionale coltura del passato i noci che in epoca Medievale (e tutt'oggi nel vicino Mortigliengo) venivano usati per la produzione di olio. Apprezzati per la produzione di marmellate sono: il sambuco o Sambucus Nigra di cui si utilizzano i frutti solo ad avvenuta colorazione nera (da non consumare però crudi perchè tossici), il ciliegio-prugno-pero selvatici, la fragolina di bosco, il mirtillo e le more di rovo, il sorbo rosso o Sorbo Aucuparia e sporadico, per lo più inselvatichito, il corniolo le cui bacche ad azione astringente intestinale sono ottime per la trasformazione in gelatina, la rosa canina le cui bacche ricchissime di vitamina C, licopene, acidi organici e pectina hanno una discreta azione antinfiammatoria delle vie urinarie e sono ottimi anche per la trasformazione in succhi, gelatine, per la conservazione sotto grappa o essiccati per tisane. Infine diffuso lungo i corsi d’acqua il Pado o ciliegio a grappoli dai profumatissimi fiori bianchi, le sue bacche a maturazione, di colore nero, sono gradevoli per decotti, per il succo, per la conservazione sotto grappa e per produrre ratafià. Diffusi inoltre altri arbusti da evitare per la tossicità delle proprie bacche o del proprio legno o corteccia: tra questi la fusaggine o Evonymus Europeaus dalle bacche di colore rosa-rosso con semi di colore arancio sgargiante, il caprifoglio dai fiori profumatissimi ma dalle bacche tossiche per le mucose intestinali e causa di disfunzioni cardiache, la ciliegia di volpe o Lonicera Xylosteum dalle bacche rosse, la Frangola o Rhamnus Frangula dalle bacche nere, entrambi dall’aspetto simile al Corniolo, ma tossici per ingestione, il maggiociondolo o Laburnum, un arbusto appartenente alle leguminose i cui fiori sono identici ai fiori di acacia ma di colore giallo brillante, l’intera pianta contiene glicoalcaloidi tossici, vi sono poi molti latifoglie misti, in via di espansione, con sporadiche betulle e carpini, abeti di recente impianto, faggi in costante aumento e castagni e querce diffusi soprattutto nelle aree più scoscese o più elevate.

Infine sul versante orientale del comune, da Pratrivero al confine con il comune di Pray, prati ricchi di risorgive si alternano a fitti boschi di castagno e quercia nel cui sottobosco abbondano rovi, mirtilli, sambuco, nocciolo e fitte felci. Diffusi sono in questa zona anche cespugli di rododendro selvatico. Tra le specie vegetali più pregiate per rarità, si segnalano diverse varietà di aglio selvatico. Più diffusa, ma protetta dalla Legge Regionale 2/11/1982 n. 32 “Norme per la conservazione del patrimonio naturale e dell’assetto ambientale”, a causa della sua rarità sul territorio Italiano, è la Caltha palustris o Ranuncolo Palustre, una graziosa ranuncolacea che vive lungo tutti i ruscelli, ai margini dei prati o lungo le piccole paludi del Baraggione di Fila, del Viasca e sui affluenti e del Rio Sorrenta e Caneie di Pratrivero. Più raro a causa dei continui prelievi dei suoi tuberi è il ciclamino o Cyclamen Purpurescens. Un tempo il ciclamino fioriva in tutti i boschi di castagno, oggi è diventato piuttosto sporadico, diffuso ma sempre protetto per la cattiva abitudine di estirparne i suoi rizomi per il trapianto nei giardini è il mughetto o Convallaria Majalis, infine tra le specie protette particolarmente abbondanti c’è il bucaneve che qua è presente esclusivamente nella varietà detta Campanellino o Leucojum vernum, caratteristico per il suo fiore a coppa con 6 tepali bianchi a punta verde, nei prati abbandonati e tra gli arbusti in primavera fioriscono tappezzanti i crochi di colore bianco, bianco violaceo o viola, infine in estate, nelle soleggiate radure prossime ai corsi d'acqua e boschi fiorisce un caratteristico giglio arancio sfuggito in passato dai giardini ed inselvatichito che forma gruppi tappezzanti si tratta dell’ Hemerocallis Fulva.

Oggi le antiche paludi formatesi nella Piccola Era Glaciale si sono via via rimarginate,anche perchè la maggior parte delle sorgenti d'acqua dolce sono state imbrigliate ad uso alimentare, tuttavia sopravvivono in alcuni pianori dei corsi d'acqua, soprattutto nel Baraggione, attorno al Rio Canale, Viasca, Motocross, Sorrenta e Caneie. Qua la vegetazione è caratterizzata soprattutto dall'Ontano e dal Carpino, nel corso degli anni si sono insediati anche molti esemplari di Platano che oggi raggiungono dimensioni ragguardevoli. Questi pianori sono caratterizzati da dure erbe (coriacee) tipiche delle marcite-paludi e per nulla adatte al pascolo e nelle pozze d'acqua permanente proliferano le Typhe (o tife) la Caltha Palustris, la Cardamine amara L. o Billeri amaro e l'Acetosella Oxalis. Nel sottobosco e nel bosco rado proliferano i muschi e le felci. La felce più comune ed abbondante è la Felce Aquilina o PTERIDIUM AQUILINUM, diffusa la caratteristica Felce a Penna di Struzzo o MATTEUCCIA STRUTHIOPTERIS facilmente riconoscibile per la disposizione circolare delle sue foglie, nelle zone più ombrose è tipica la Felce delle Querce o GYMNOCARPIUM DRYOPTERIS, mentre nei costoni più umidi ci si può imbattere nella comune Felce Dolce o POLYPODIUM VULGARE- POLIPODIO COMUNE o nella più rara BLECHNUM SPICANT (L.) Roth (felce tipica del clima Atlantico quindi della Gran Bretagna, del Quebec e Maine) che vicino alle sorgenti o dove l'humus è più abbondante forma tappeti di piccola estensione, non manca poi l'antichissimo EQUISETUM PRATENSE, una felce preistorica ARCOTERZIARIA, sopravvissuta agli sconvolgimenti geologici e climatici mentre sugli antichi muretti a secco dei pastori o sulle antiche mulattiere lastricate a pietra non manca la piccola felce nota come ASPLENIUM TRICHOMANES o Felce dei Muri. Naturalmente attorno alle paludi non manca il Pado che però è assente oltre i 600 metri di altezza, i rovi da mora e naturalmente il Cirsium palustre, un cardo che forma macchie spinosissime ed impenetrabili. Sui margini dei prati o comunque nei pascoli abbandonati abbondano il Farfaraccio Bianco o Petasites Albus dalle grandi foglie carnose che insieme all' Arctium tomentosum (altro cardo facilmente riconoscibile perchè i frutti maturi si attaccano sugli abiti al contatto) forma macchie anch'esse impenetrabili, il Tussilago Farfara o Farferugine, il Ranunculus Ficaria o Favagello ed una piantina simile ad una felce che si ricava piccoli spazi tra queste ultime ed i corsi d'acqua si tratta della graziosa Chrysosplenium Alternifolium. Queste piccole radure prative tra la Fusaggine ed il Ligustro sono caratterizzate dalla presenza di Ajuga Pyramidalis, di Clinopodium Vulgare, Glecoma Hederacea, Maianhemum Bifolium, Melampyrum Pratense, Polygonatum Odoratum o Sigillo di Salomone, Stachys Officinalis, mentre tra i fiori più caratteristici, oltre a Primule, Bucaneve e Crochi vi sono: Anemone Nemorosa che in primavera forma autentici tappeti bianchi condivisi con primule e violette, Gerani selvatici di varie specie, Hesperis Matronalis, Myosotis Sylvatica o Nontiscordar di me, Pervinca, Ranuncoli, veroniche e viole di varie specie.

Ai margini del prato e dentro al bosco oltre ai frutti del sottobosco (e funghi) sono caratteristici i tappeti di Luzola Nivea, un'erba coriacea che produce steli dai fiorellini bianchi, localmente noti con il nomignolo di "T'amo ma non oso dirtelo" che normalmente cresce oltre i 600 metri ma che localmente, nei boschi più freschi si spinge fino al fondovalle attorno ai 500 mt.

I prati degli altopiani sono caratterizzati dalle erbe tipiche di bassa montagna, dalle avene all' orzo selvatici. Tipici sono: Achillea, Campanula Patula, Capsela Bursa o Borsa del Pastore, Cardi, Cicorie, Coronilla, Crespis, Dianthus Sylvestris o Garofanino, Erba Brusca, Erigeron, Galium, Giglio Antericum, Hieracium, Iperico, Margherite, Ortica, Ranuncoli, Salvia Pratense, Saponaria, Silene, Succise, Tarassaco, Timo, Trifoglio, Veroniche, Vicia Cracca, Vincetoxicum, Violette e Viola Tricolor o Viola del Pensiero.

Ai margini di prati e boschi ma soprattutto sulle zone rocciose o lungo orti, giardini, strade e muretti sono caratteristici: Agli selvatici, Auruncus Dioicus dalle caratteristiche grandi spighe bianche i cui germogli sono consumati come gli asparagi e sono localmente detti "asparago selvatico", Borragine, sporadica Buddleja (non oltre i 600 mt), Campanula Trachelium, Capelvenere, Caprifoglio, Cardi, Celidonium, alcune Centauree, Cicorie, Clematis, Convolvolo, Crespis, Dulcamara, Digitale, sporadici Echium, Erica Carnea alternata a Calluna Vulgaris, Erigeron, Hieracium, Iperico, Luppolo, Malva, Ortica, Orzo Selvatico, sporadici Papaveri, Persicaria, Phyteuma, Plantago, Potentilla, Ranuncoli, Reynoutria Japonica (non oltre i 600 metri), Rosa Canina, Saponarie, qualche Solidago, Spirea Japonica, Stachys, Succise, Tarassaco, Timo, Topinambur (non oltre i 600 mt), Trifogli, Verbascum, Veroniche, Violette e sporadiche piante di Vite Selvatica sfuggita da antichi orti o giardini o dai semi gettati da qualche passante.

Meritano un cenno a parte i cosiddetti "sabbioni arcosici" che in epoca recente, all'indomani del grande alluvione che ai primi di Novembre del 1968 sconvolse il Biellese ed in particolare le valli di Mosso-Ponzone-Sessera, subirono un nuovo sconvolgimento idro-geologico. Naturalmente va ricordato che i "sabbioni" sono il frutto del disfacimento delle rocce granitiche ad opera di agenti litologici (pioggia-temperatura-vento) e sebbene periodicamente vengano spazzati via dai grandi eventi piovosi, nubifragi o alluvioni, col tempo si riformano sulla superficie dei granitici che hanno una durezza piuttosto blanda e al continuo passaggio dal caldo al freddo tendono a disgregarsi trasformandosi in sabbioni granitici-quarziferi ad elevatissima acidità.

Naturalmente sul suolo acido o molto acido sono poche le specie vegetali che vivono e proliferano indisturbate.

Succede così che all'indomani di ogni evento alluvionale o franoso questi sabbioni rimangano scoperti per molti anni finchè non vengono colonizzati dalle piante che amano questo ambiente, indipendentemente dalle condizioni climatiche, dunque, piante tipiche dell'orizzonte sub-padano si possono incontrare anche negli altopiani di Trivero o in alta Valsessera dove il granito ha subito simile sorte.
Tra le prime piante a colonizzare i sabbioni vi sono le eriche, in particolare la Erica Carnea dai piacevolissimi colori rosati, a fioritura precocissima (tra Febbraio e Marzo a fondovalle, tra Marzo e Maggio in montagna) spesso strappata per esser trapiantata in giardini per niente adatti poichè il suolo basico le farà morire entro pochi mesi e la Calluna vulgaris o brugo, che normalmente viene scambiata per una erica, dato il portamento ed i fiori ugualmente rosa (senza il grosso pistillo centrale)(a fioritura estiva-autunnale), ma che in realtà non è una ericacea. Normalmente, in altre parti d'Italia dove vive una pianta non cresce l'altra, nel Biellese invece queste due piante spesso vivono a stretto contatto. Nelle Brughiere dopo l'erica normalmente compaiono le ginestre, la più diffusa è la ginestra dei carbonai o Cytisus Scoparius dalle splendide fioriture gialle che in zona spesso si rinviene con fiori dai petali giallo e rosso, probabilmente a causa degli incroci naturali con la specie endemica della Valsessera il cosiddetto Citiso di Zumaglini - Chamaecytisus hirsutus Subsp. Cytisus Proteus Zumaglini, una ginestra dai fiori bianchi, rosa, rossi su di un unico ramo, tra le altre ginestre la Andreana, ed altre della famiglia delle Genistae. Tra le specie arbustive-arboree maggiori la Betulla, il Pioppo Nero o pioppo tremulo e l'acacia o pseudo-robinia. Tipici dei sabbioni sono alcune specie di Hieracium (dai fiori gialli simili al Tarassaco), i Crespis, anche questi simili a Hieracium e Tarassaco, il mirtillo (dove la colonizzazione da parte delle altre specie è avvenuta da alcuni anni), il Phyteuma soprattutto nella varietà Betuncifolium, la Silene Dioica, la Silene Vulgaris, ma soprattutto la Silene Nutans che ama particolarmente i suoli acidi ed i sabbioni del Mortigliengo, del Triverese e dell'alta Valsessera.

Nei prossimi capitoli: Monti Rubello ed Orizzonte Montano, Valsessera-Orizzone Nivale, Fotogallery

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Immagini dall'alto in basso: ciclamino e ranuncolo, ajuga piramidalis, brugo o calluna vulgaris, cymbalaria muralis, cicoria selvatica, campanula trachelium o imbutini, geranio selvatico, non ti scordar di me o myosotis, mirtillo, pervinca, primula, rododendro himalayano e ferrugineo o rosa delle Alpi, rosa canica, rosa selvatica, saponaria ocymoides, saponaria comune, silene armeria, silene vulgaris,
Nelle immagini in basso: salvia pratense, spirea japonica, succisa pratense. veronica chamaedris, vincetoxicum o vincetossico. Più in basso serie di felci: blechnum spicant, dryopteris filix mas, dryopteris carthusiana, equisetum pratense, gymnocarpum dryopteris o felce delle querce, asplenium trichomanes o felce dei muri, matteuccia struthiopteris o felce penna di struzzo, felce delle rocce, osmunda regalis ed edera

ajuga_pyramidalis
brugo_calluna_vulgaris
cymbalaria_muralis
cichorium_intybus_radicchio
campanula_trachelium_imbutini
geranium_geranio_selvatico
nontiscordardime_myosotis
mirtillo_vaccinium
pervinca_trivero
primula_trivero
rhododendron_himalayano
rhododendron_ferrugineum
rosa_canina_trivero
rosa_canina_trivero
saponaria_ocymoides
saponaria_trivero
silene_armeria
silene_vulgaris
salvia_pratensis spirea_japonica succisa_pratensis veronica_chamaedrys vincetoxicum_trivero
blechnum_spicant_trivero dryopteris_filix_mas dryopteris_carthusiana equisetum_pratense GYMNOCARPIUM_DRYOPTERIS_FELCE_DELLE_QUERCE
ASPLENIUM_TRICHOMANES Matteuccia_struthiopteris_felce_penna_di_struzzo osmunda_regalis_trivero edera_trivero

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